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Vicenza Jazz

direttore artistico Riccardo Brazzale

Sponsor: Comune di Vicenza, Teatro Comunale, AIM Energy, Trivellato Mercedes-Benz, Bar Borsa

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XXII Edizione 12 • 21 Maggio 2017
TO BE OR NOT TO PLAY
  • Vent'anni di jazz
  • Edizione passate
  • Quaderni del jazz

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Una storia lunga vent'anni

 


foto di Pino Ninfa

Dieci domande a Riccardo Brazzale

a cura di Marianna Fabrello


1) Partiamo dall'inizio, anzi da molto prima. Com'era lo stato del jazz vicentino all'alba del 1996? Ci sono stati, e se sì quali, i prologhi più significativi?

«Vicenza non era mai stata una città del jazz. Non poteva certo paragonarsi a Verona, Padova o Mestre e, negli anni ‘80, nemmeno a Bassano. Poi, spinta dall’hinterland e soprattutto dall’iniziativa di qualche singolo, la città prese a svegliarsi dal lungo torpore. Così ci appariva Vicenza quando, nel maggio del 1995, immaginammo che anche da noi avrebbe potuto trovar senso un festival jazz. Anche senza andare troppo indietro (e penso al Modern Jazz Quartet del ’64), nell’ultimo quarto del XX secolo c’erano stati dei prologhi anche importanti.Nel 1979, in una calda primavera, anzi caldissima, funestata a pochi chilometri dal capoluogo dallo scoppio di una bomba fatta in casa per scopi certamente non pacifici, al palasport di Via Goldoni giungevano il quartetto di Anthony Braxton, quello di Max Roach e pure il sestetto di Giorgio Gaslini, ma gli autoriduttori e qualche incidente avrebbero fatto decidere che i tempi non erano ancora maturi. In quello stesso periodo, la Gioventù Musicale di Carmine Carrisi, coi seminari tenuti dagli ex-Perigeo: Giovanni Tommaso, Franco D’Andrea, Claudio Fasoli e Bruno Biriaco, metteva una bella prima pietra sulla didattica del jazz a Vicenza. Erano tempi comunque duri e gli appassionati avrebbero dovuto aspettare ancora, almeno sino all’83, quando l’assessorato di Levà degli Angeli  portava all’Astra appena restaurato una bella fetta del miglior jazz italiano di allora: dal rag di Cesare Poggi al traditional di Carlo Tomelleri e Sante Palumbo, dal cool alla Mulligan di Bagnoli al piano mainstream di un poco più che ventenne Dado Moroni, dal bop posato di Gianni Basso a quello spericolato del compianto Massimo Urbani (in quartetto con Pieranunzi, Pietropaoli e Gatto) e sino alla modernità rappresentata dal duo Fasoli-Faraò e dal quartetto di Franco D’Andrea. Degnissima iniziativa (questa, come altre precedenti, autorevolmente firmata da Franco Fayenz ma ancora una volta non segnata dalla continuità, tanto che sarebbe toccato di nuovo alla Gioventù Musicale tenere accesa la fiaccola del jazz in città, con la presenza di un paio di concerti  all’interno della propria stagione classica dell’84-85: ancora D’Andrea (in trio con McKee e Altschul) e poi Giorgio Gaslini.Fra una cosa e l’altra, in provincia regnava incontrastata la rassegna bassanese di Lilian Terry e si aprivano (e si chiudevano) qua e là jazz club dalle alterne fortune (al Roxy di Lugo, programmato da Luciano Linzi, per pochi mesi sembrò di essere a New York). Si arrivava così all’86, quando la Gioventù Musicale si riaffacciava per coinvolgere il Comune in una piccola rassegna a dicembre di quattro serate e tornavano all’Astra Faraò, Bagnoli, Fasoli e il compianto, geniale Massimo Urbani: era una pietra nello stagno, prologo di un festival del jazz italiano, sempre all’Astra, che fra il novembre e il dicembre dell’87 avrebbe portato in città davvero il meglio del panorama nazionale: da Enrico Rava (con l’allora adolescente Mauro Beggio alla batteria) a Franco D’Andrea, da Trovesi a Fasoli, dall’ottetto milanese di Luigi Bonafede al nonetto più o meno romano di Bruno Tommaso (con il ventisettenne Paolo Fresu, assieme a Colombo, Giammarco, Ottini, Terenzi, Fiorentino, Pietropaoli e Fioravanti), dal pianismo rag di Fumo a quello evansiano di Pieranunzi (oltre a qualche presenza vicentina: un giovane arrangiatore di Calvene che lì metteva la prima pietra per la nascita della futura Lydian Sound Orchestra, il vecchio immarcescibile sax di Sergio Montini - che ci avrebbe lasciato vent’anni dopo - e quindi un pianista di belle speranze, Danilo Memoli, oltre a un manipolo di valdagnesi che facevano capo a Roberto Beggio: Gigi Sella, Moreno Castagna, Ego Filotto, Andrea Neresini e appunto Beggio jr). Il tutto annunciato dal gospel in prima italiana del “Golden Gate Quartet” al Teatro Roma, all’epoca ben vivo e vegeto.Era un bel festival, con bei nomi e soprattutto con diverse idee originali, in mescolanza fra musica, cinema e teatro, ma sembrava un destino: non c’era continuità e il progetto per l’edizione ‘88 si fermava a un solo concerto all’Astra. Avveniva grazie all’iniziativa di pochi testardi (fra questi, i gestori di un locale neonato: l’Antica Casa della Malvasia) ma quel concerto era a suo modo storico: il duo Konitz-D’Andrea, su un repertorio esaltante, registrato con mezzi familiari, ovvero dodici songs di Gershwin eseguite in dodici tonalità diverse, come un piccolo, improvvisato clavicembalo ben temperato dei giorni nostri (ora documentato da un cd Philology). Poi l’89. Un superpienone dell’Hancock elettrico al palasport faceva ben sperare ma la pioggia fermava il trio acustico di Chick Corea a un minuto dall’inizio del concerto in piazza, e sembrava che ancora il jazz a Vicenza si dovesse fermare sulla soglia degli anni ‘90.Aprivano locali, altri ne chiudevano, Lontano dai furori del “Pezzo” di Valdagno, in città partiva l’avventura della Scuola Thelonious, quindi del “Vinelli” in Viale Verona (dove passò fra i tanti anche un fisarmonicista agli arbori della carriera, tale Richard Galliano, di fronte a poche decine di persone), infine del Totem di Paolo Turetta a Ponte Alto dove parve coaugularsi finalmente la vera rinascita del jazz made in Vicenza. In due anni, transitarono dal Totem Joe Lovano, gli Oregon, Michel Petrucciani e tanti altri. La passione e la caparbietà di Turetta (ma anche ll suo impegno finanziario) riportarono il jazz in piazza con i sax di Bill Evans e di Steve Coleman, ma soprattutto concorsero a convincere i politici vicentini (primus inter pares l’allora assessore alla cultura Mario Bagnara che avremmo ritrovato dalla fine del ‘98) che il jazz poteva entrare in città dalla porta ufficiale di un teatro, magari del Teatro l’Olimpico. Così nel ‘94, giusto trent’anni dopo il Modern Jazz Quartet, il jazz rientrava nel più antico teatro coperto del mondo, con la prima italiana di “Rava l’Opera va”, ovvero la trasposizione nel linguaggio e nella sensibilità del jazz di un piccolo pezzo di mondo lirico, grazie a Enrico Rava, ai suoi solisti (un Galliano oramai avviato alla piena notorietà, un altro francese, cioè l’estroverso batterista Daniel Humair, poi Battista Lena ed Enzo Pietropaoli) e l’Orchestra del Teatro Olimpico diretta per l’occasione da Bruno Tommaso (ne era allora direttore artistico il compianto Massimo de Bernart). Era un successo, documentato anche da un video diretto dal regista Maccaferri, e il ghiaccio sembrava davvero rotto. L’anno dopo, il ‘95, Petrucciani tornava all’Olimpico per un successo straordinario, precedendo di pochi giorni, un altro ritorno “francese”: quello di Richard Galliano (con l’Orchestra del Teatro) che sarebbe divenuto per molti anni l’artista forse più amato dai vicentini. Oramai non vi erano più dubbi: i tempi erano maturi».

2) Com'è che prese forma l'idea di un festival vero e proprio e chi decise di dare concretezza all'ipotesi?

«Come talvolta accade, le cose prendono forma per il convergere simultaneo di una serie di fattori: diversamente, l’accostamento e la relazione in tempi diversi fra gli stessi fattori non determinerebbero i medesimi avvenimenti.Alla fine della primavera del 1995 giunse in Levà degli Angeli un assessore alla cultura (Francesca Lazzari) appassionato di jazz che trovò fra i suoi collaboratori, una persona (Brazzale) che da una vita si occupava di musica, soprattutto afroamericana; nel contempo, quest’ultima, conosceva per altre vie, un giovane imprenditore (Luca Trivellato) presentatogli da un vecchio amico (Matteo Quero), entrambi segnati dalla stessa passione; a queste quattro persone se ne sarebbero unite di lì a poco altre (per esempio, il promoter di Foligno Mario Guidi), alcune peraltro del tutto ignare che dal jazz sarebbero state un po’ per volta conquistate. Stava per nascere l’idea di un festival jazz al Teatro Olimpico. E subito ce ne spaventammo. Che jazz si può fare all’Olimpico? Cosa diranno gli altri? E come distinguerci da tanti altri ottimi festival? E con quali risorse, senza nulla togliere alle altre attività, nuove o di tradizione, allestite dall’assessorato? Rispondere alla prima domanda era già trovare la chiave di volta».

3) Appunto: il Teatro Olimpico è stato il luogo prediletto fin dall'inizio? E questo ha influenzato, in qualche modo, le scelte estetiche? Se si, in che direzione e con qualche intensità?

«Non vi è dubbio che l’Olimpico ci apparve subito come il nostro asso nella manica, il nostro cavallo di Troia per far breccia nell’attenzione generale. Così, spinti anche da un po’ di malcelato timore reverenziale verso l’unicità del nostro teatro-monumento, pensammo a una rassegna in cui si potesse entrare nella classicità dell’Olimpico dalla porta del jazz. In realtà stavamo entrando nel jazz dalla porta della classicità, dando veste alla nostra idea con un paio di peculiarità, una in modo tutto sommato inconsapevole e una invece ben chiara: la prima era il confronto di una musica, storicamente da definirsi nera, attraverso un approccio culturale bianco; la seconda stava nella precisa volontà di costruire incontri, a volte forse rischiosi ma proprio per questo interessanti, fra artisti che avessero la voglia ben viva di conversare musicalmente insieme, al preciso scopo di far nascere frutti inconsueti. Quest’ultima caratteristica era tutta nel titolo che sarebbe divenuto definitivo per il festival jazz di Vicenza: “New Conversations”.

4) Ecco, diciamo allora il vero motivo fondante per cui si decise per il nome “New Conversations Vicenza Jazz”?

«L’origine di quel nome era a sua volta dentro all’idea della prima vera produzione del festival: il trio di pianisti Paul Bley, John Taylor e Rita Marcotulli, l’americano, l’europeo e l’italiana chiamati a ridar vita al repertorio inciso da Bill Evans attraverso la tecnica della sovraregistrazione nello storico lp “Conversations with Myself”. Evans ne era pienamente convinto: - Questa musica ha le caratteristiche di un’esecuzione in trio piuttosto che di un’esecuzione solistica -, scriveva egli stesso nelle note di copertina. Così pensammo che, se non la musica stessa, almeno lo spirito di quel disco sarebbe potuto esser ricreato se avessimo provato a metter insieme tre pianisti fra loro legati dalla volontà di ascoltarsi e rispondersi, conversando in modo nuovo perché sospinti dal considerarsi alla pari l’un l’altro. Non fu proprio totalmente così perché Paul Bley era ben lungi dal sentirsi alla pari coi colleghi europei. D’altronde, Bley avrebbe faticato a sentirsi alla pari persino con Evans, considerato anche che in quello stesso 1963 (l’anno delle evansiane conversazioni con se stesso) egli suonava e incideva con Paul Motian e Gary Peacock, cioè due partner proprio di Evans. Ma il sasso era tratto e le acque nello stagno erano mosse: i grandi del jazz sarebbero potuti venire all’Olimpico di Vicenza e trovarsi e ritrovarsi insieme per conversare, per rimettersi in discussione e far sbocciare nuovi frutti. Tuttavia, la missione di quella prima edizione era in fondo un’altra: quella di rimarcare come il jazz fosse non solo musica “classica” ma che pure lo fosse anche secondo gli stessi canoni occidentali del classico».

5) All'inizio si trattava di un fine-settimana di concerti. Quand'è stato il grande salto?

«Come spesso, quasi sempre, accade, le cose succedono in realtà un po’ per volta: nel ’97 il fine-settimana diede l’idea che avesse davvero un senso la parola “festival” (che pure non è mai entrata, forse pudicamente, nel logo della manifestazione) e nel ’98, edizione per molti versi indimenticabile, si iniziò effettivamente il lunedì per finire la domenica successiva, ma il tutto in un timido crescendo, con l’inizio dedicato per lo più ai musicisti locali. Forse il salto, non saprei dire quanto grande, si ebbe nel 1999: i primi giorni erano ancora maggiormente dedicati ai musicisti vicentini ma la domenica iniziale prendeva a essere ciò che sarebbe stata per sempre, cioè una festa di musica condivisa con la città. In seguito, quest’idea sarebbe stata in parte anticipata al sabato ma la domenica restava il giorno totalmente dedicato alla festa collettiva».

6) E com'è poi successso che il jazz si diffuse, edizione dopo edizione, anche tra i locali del centro storico, tra le vie della città, negli spazi all’aperto o in luoghi desueti. Fu una scelta esplicita della direzione o un sentimento che andava spargendosi dal basso a Vicenza?

«Francamente, all’inizio io ero molto preoccupato che la parte artistica avesse un suo peso specifico, che avesse sostanza e che nel contempo fosse originale. Soprattutto mi preoccupavo del rapporto col Teatro Olimpico che all’inizio era “il” teatro del jazz a Vicenza e questo continuava a provocare diverse polemiche fra i benpensanti: alcune, per la verità, non campate per aria, altre certamente frutto di una cultura un po’ ferma su luoghi comuni, a cominciare dalle idee di classicità e di contemporaneità. E poi bisognava fare i conti. Mi chiedevo: quanto importante è dover spender meno per un bel concerto in teatro, in favore della musica gratuita nelle piazze e al jazzclub? E devo dare atto alla caparbietà di chi lavorava con me (Matteo Quero, Loretta Simoni, lo stesso Luca Trivellato) con cui mi convinsero, un po’ per volta, che bisognava spostare l’attenzione anche al di fuori del luoghi deputati. Tuttavia, io ci sono sempre andato cauto proprio perché sono convinto che certe scelte vanno condivise davvero con la gente, con la piazza: i gestori dei locali dovevano capire da loro che serviva anche un certo grado di rischio personale d’impresa, che loro stessi dovevano essere i primi a crederci. La gente doveva abituarsi un po’ per volta all’idea che quella musica che si cominciava a sentire nella messa della domenica o nelle trattorie poteva essere meno lontana di quel che sembrava. In ogni caso, specialmente all’inizio, quando a mio parere c’era bisogno di far capire anche semplicemente cos’era e cosa non era jazz, ritenevo opportuno non regalare alla piazza, di un festival che restava di musica jazz, un prodotto di altro genere. Alla fine, credo che i tempi si mostrarono maturi perché si andava formando un “mondo dell’arte” abbastanza composito, nel quale tutte le parti influenzavano il tutto, anche quelle del non-jazz».

7) Quando si decise di sviluppare il cartellone attorno ad un tema specifico? C'è un tema, tra gli altri, che le è stato più caro?

«Accadde già nel ’98, quando parlammo di “White Jazz”, ben sapendo che poteva trattarsi di un tema persino, per verti versi, provocatorio. Anche se in realtà, come capita a volta anche nelle migliori famiglie, i temi si modellano a idee e occasioni preesistenti. Nel ’99 certamente non ci furono dubbi: il centenario della nascita di Duke Ellington non potevamo lasciarcelo scappare, così come fu nel 2002 il ventennale della morte di Monk (e cito qui, non casualmente, i due compositori più importanti nella storia della musica improvvisata afroamericana). Però, i più originali furono altri: il Giubileo del 2000, “le donne e gli italoamericani” del 2001, il “viaggio in fondo al blues” del 2003, “scrivere musica per improvvisare” del 2004 e quello del decennale del 2005, probabilmente il più poetico, “E un uccello volò dalla Grande Madre Africa”. Ma credo di essere affezionato a tutti, dai primi ai più recenti».

8) Come sono stati negli anni i rapporti con i festival competitor? Qualche conflitto o particolare affinità da segnalare?

«All’inizio, il festival più importante nel territorio regionale era senza dubbio quello di Verona e quando nel ’98 Antonio Tessitore (con cui pure ero e resto in ottimi rapporti di amicizia e stima) decise univocamente di anticipare il suo festival di quasi un mese, portandolo negli stessi giorni del nostro, ci parve un atto di arroganza. Ne nacque però una polemica che finì per fare un piacere al nostro allora piccolo festival, una pubblicità non richiesta rinfocolata dalla stampa specializzata, oltre poi che da quella locale. In seguito Verona Jazz, per vari motivi, ebbe qualche problema e noi invece andammo sempre di più col vento in poppa: verrebbe da dire che il conflitto ci portò fortuna. Con Padova e con Mestre siamo sempre andati d’accordo: con Stefano Merighi e con Claudio Donà ci si conosce da una vita e non può che essere così; in seguito lo stesso è avvenuto con Claudio Fasoli e Maurizio Camardi. Qualche incomprensione è nata con Veneto Jazz ma sembra che questo fosse inevitabile con una associazione che, quasi di statuto e forte di un ottimo rapporto istituzionale con la Regione, cerca di espandersi nel territorio, andando talvolta a confliggere con le esigenze di chi storicamente vive e lavora in certe parti del territorio, come i capoluoghi. Ma da qualche anno Vicenza Jazz è considerata un punto di riferimento anche e soprattutto dai colleghi organizzatori e direttori di festival: partiamo dunque da una posizione che non è più di debolezza, come nei primi anni, e che dunque suscita rispetto. In questo senso, la stabilità organizzativa nata dal binomio Comune di Vicenza-Trivellato Mercedes, rinforzata poi da Aim, infine dalla decisiva entrata in scena della Fondazione Teatro Comunale Città di Vicenza, ne è stata un certificato di garanzia. Tuttavia ritengo che l’impareggiabile marchio di qualità fornito dal Teatro Olimpico abbia contribuito non poco a rendere inattacabile questo rispetto».

9) Com'è nata e con che presupposti continua la collaborazione con i locali, dal jazzclub ufficiale del Jazz Café Trivellato ai più piccoli?

«Fin dal ’97, Matteo Quero insistette per fare opera di proselitismo fra i gestori di locali, perché il jazz diventasse un protagonista nella quotidianità del festival. In mezzo a non poche polemiche (ed erano anche capibili certi cittadini, residenti nei pressi di alcuni locali, non certo abituati a convivere con la musica, anche sino a tarda ora), alcuni gestori sono diventati delle piccole colonne: abbiano tutti dei bellissimi ricordi delle jam session al Sartea (indimenticabile Roy Hargrove) ma anche della musica all’ora di pranzo al Pestello, dal compianto Carta, da poco scomparso.Un certo salto di qualità si fece successivamente con l’istituzione nel 2001 di un vero e proprio jazzclub ufficiale, allora alla “Cantinòta”, a due passi da Corso Palladio, dove anche lì nacquero notti magiche, documentate sulla stampa locale dalle cronache di un allora giovane giornalista, futuro assessore e vicesindaco. Era l’inizio del Jazz Café Trivellato che avrebbe assicurato continuità a una costola after-hours del festival e che, via via, è apparso come un piccolo festival nel festival, quasi necessario alla programmazione nel suo complesso. Successivamente, nel 2006, Matteo Quero, che era sempre rimasto stato il più attivo nella gestione del jazzclub ufficiale, aveva accentutato il suo impegno in politica e aveva di fatto lasciato il lavoro attivo all’interno del festival. Fu così che, alla ricerca di nuove collaborazioni, sembrò naturale rivolgerci ad Anna e Luca Berton del Panic Jazz Club di Marostica: fu anche grazie a loro che proprio l’edizione del 2006 dovette alfine restare fra quelle memorabili. In seguito, il JCT trasmigrò nel giardino del Teratro Astra, anche dal 2009, quando si rinsaldò il rapporto con il Panic, prima di passare nel chiostro di S. Corona e infine sotto le logge della Basilica Palladiana, prima di tornare di nuovo all’Astra, con Luca Trivellato che – assieme a Mopi del Bar Astra - si è messo in gioco in prima persona per affrontare di petto la questione del JCT. In realtà, dai primi anni di sani esperimenti, nati un po’ in modo estemporaneo e familiare, è tutta la geografia dei locali che si è sviluppata: oggi Vicenza Jazz non ne potrebbe proprio fare a meno».

10) Se, per ogni singola edizione, dal 1996 al 2011, dovessimo eleggere, tra gli altri, un momento, un accadimento memorabile, cosa le viene in mente?

«Questa è una domanda che merita una risposta ponderata e ponderosa. Quella del ’96 è l’edizione del primo amore che non si scorda mai: vi presi parte anche come direttore musicale, alla guida dell’orchestra del teatro, con Ralph Towner come solista, e fu – come si è detto sopra – segnata dalla produzione che diede il titolo al festival, con il trio di pianisti chimati a “conversare” fra loro in tributo a Bill Evans. Ma il ’96 resta per molti l’anno di Jacques Loussier che portò, significativamente, Bach all’Olimpico dalla porta del jazz.Nel ’97 fu la prima volta che Vicenza Jazz ci apparve come festival, col primo dopo-festival nella ex-Sala Borsa Merci, con l’Ambrosia che sfilava per il centro, con Giuliano Fracasso che cantava Freedom di Duke Ellington al Tempio di S. Corona e con i grandi artisti all’Olimpico, prima fra tutti la voce rivoluzionaria e unica di Abbey Lincoln.Il ’98 fu un anno indimenticabile: Dave Brubeck in quartetto, John Lewis con l’eleganza del suo pianoforte solo, Lee Konitz che omaggiava il suo maestro Tristano (e quegli storici incontri nel backstage dell’Olimpico fra i sopravissuti della Tuba Band del ‘48), e poi Rava e Fasoli che ci facevano scoprire un giovane pianista che si chiamava Bollani; ma il ’98 resta l’anno della storia a lieto fine di Tom Harrell che torna di notte al Canneti a dialogare con la voce di Sheila Jordan e con l’altra tromba di Paolo Fresu.Il ’99 fu l’anno del Duca ma anche l’anno in cui il festival ci parve entrare davvero nelle vie e nel cuore della città, con le big band a Campo Marzo, con David Murray che si aggirava per contrà Barche in cerca di buon vino rosso italiano, in jam session infuocate al Sartea (irripetibile quella finale con Roy Hargrove e gli appassionati impazziti, a pochi centimetri dalla pedana) e sempre con tante musica doc all’Olimpico: Ron Carter, Milt Jackson (che ci avrebbe lasciato pochi mesi dopo) e quel fantastico quartetto riunito da Pietro Tonolo con Steve Swallow, Gil Goldstein e l’indimenticato Paul Motian che iniziava da quei giorni un rapporto bellissimo col nostro festival: ho ancora impressa una versione irripetibile di Angelica che Pietro aveva ripescato dal fecondo album Ellington-Coltrane.Il 2000 fu l’anno del forfait all’ultimo minuto di Lee Konitz che doveva fare l’artist in residence e, in questo, fu sostituito di fatto da Enrico Rava che a un certo punto si trovò a guidare una jam imperdibile in Olimpico con un supergruppo che comprendeva Phil Woods, Jim Hall, Enrico Pieranunzi, Larry Grenadier e Motian. Ma per me il 2000 resta l’anno in cui Oscar Klein ritrovò ad Arsiero i luoghi e gli anni di quando fu mandato al confino per le sue origini ebraiche.Difficile scegliere nel 2001: fra le occhiate malefiche di Ray Brown a Lee Konitz (tornato in salute dopo l’operazione al cuore), la simpatia di un altro grande vecchio come Buddy De Franco, un Round Midnight da brividi con Konitz che si aggiungeva all’Olimpico proprio intorno a mezzanotte, quasi per sbaglio, al duo Bill Frisell-Paul Motian, e il violoncello di Ernst Reijseger che suonava Wow di Tristano all’Olimpico, la Cantinota che diventava il jazzclub ufficiale delle notti del festival, io scelgo Maria Schneider che dirige Paolo Fresu e i giovani dell’orchestra del conservatorio sulle musiche di Sketches of Spain di Miles Davis: era la prima rinascita live di un capolavoro (altri, negli anni successivi ve ne sarebbero stati).Per il 2002, l’irripetibile anno di Monk iniziato malissimo col forfait quasi all’ultimo di Cecil Taylor, chiedo venia se, fra una parata interminabile di stelle (Vitous, Caine, Douglas, Mehldau, Zawinul, Galliano, Steve Lacy, Geri Allen, Mal Waldron e pure… Stefano Benni), scelgo la serata per me indimenticabile in cui ho avuto l’opportunità di dirigere nel Canneti stracolmo l’Electric Be Bop Band di Paul Motian, coi fiati della Lydian, trasmessi in diretta da Radio Tre, con un pirotecnico Little Rootie Tootie - mi tocca ammettere dietro un leggero velo di vanità – ben ricordato non solo dal pubblico ma anche da tanta critica.L’anno dopo, nel 2003, successero artisticamente tante cose significative (basta fare i nomi di Randy Weston, Sam Rivers, Paul Bley, Joe Lovano, del povero Maynard Ferguson e della ghost Sun Ra Arkestra i cui musicisti alla fine finirono in jam in Cantinota) e per la città giravano i ragazzi del Chicago Columbia College che pernottavano allegramente a Monte Berico. Ma quello resta fondamentalmente l’anno in cui Carlo Celadon ci portò Pat Metheny in duo con Charlie Haden nella sala della Fiera.Il 2004 fu un anno strano, eppure pieno di entusiasmo, quasi di ricostruzione, perché l’edizione precedente, pur così piena di nomi e di idee, aveva lasciato qualche amaro in bocca. E allora ci provammo mettendo in campo tante novità: un prologo con i “Take 6”, la canzone d’autore di Gianmaria Testa, diverse contaminazioni col blues e con il tango, svariate collaborazioni con tutte le associazioni vicentine di musica classica, la Latin Big Band di David Murray in piazza (con più di qualche problema per i visti dei musicisti cubani) e poi, certamente, tanti grandi artisti all’Olimpico in prima serata: Uri Caine in un unico solo-Mozart, poi l’aggiungersi, più che graditissimo alla batteria sguarnita in Olimpico, di Joey Baron al trio Konitz-Frisell-Marc Johnson, quindi l’Art Ensemble of Chicago all’Astra (senza il bassista Malachi Favors morto da tre mesi ma con tutti gli altri che giravano in bicicletta per muoversi dall’hotel fino al centro), e Kenny Werner in trio o il duo funambolico di pianoforti fra Bollani e Salis, infine il suono dell’oud di Anouar Brahem. Però, ciò che di quell’edizione ricordo di più fu la serata fra jazz e teatro, con l’incontro fra le voci recitate di Ottavia Piccolo e di Angela Finocchiaro e quelle cantate di Diano Torto e Cristina Zavalloni: una di quelle serate di cui, sulla carta, il pubblico del jazz non si fidò del tutto ma che lasciò certamente qualcosa di nuovo. Così come alla Cantinota dove, fra tanti bei nomi e tante jam, fu il sax coltraniano di Carla Marciano a infuocare più di ogni altro le notti del dopo-festival, a riprova del fatto che da tempo le donne non odiano il jazz. Nel 2005 cadeva il decennale e lo festeggiammo per bene, iniziando con una bella piazza in festa sui suoni della nuova Africa di Manu Dibango e proseguendo con una serie di pienoni pressoché annunciati: il duo Caine-Fresu, Herbie Hancock alla Fiera, il trio di Galliano che ospitava Toots Thielemans. Ma c’era molto altro, con le notti che tornavano sotto la Basilica, i Funk Off per le vie del centro, Giuliano Fracasso che suonava ovunque la sua Africa, due giovanissimi emergenti che si facevano notare: il pianista Giovanni Guidi e il sassofonista (allora sedicenne) Francesco Cafiso. E poi c’era la mia Lydian che omaggiava alla sua maniera il genio di Charlie Parker: due anni dopo, un appassionato di jazz ci avrebbe ascoltato da oltralpe per Radio Tre e avrebbe scritto su un blog: A fantastic show by an Italian All Star band with special guest Charles McPherson.Il 2006, per me, rientra fra le edizioni da ricordare. Il motivo un po’ l’ho detto prima. Di sicuro non fu per i grossi nomi che pure c’erano, sì (il prologo per quanto poco-jazz con la chitarra di Tommy Emmanuel e comunque un Mehldau solo in Olimpico che è sempre un must), ma non più che in passato. Molto contribuì l’arrivo di Luca Berton con il Panic sotto la Basilica e così pure un’agguerrita pattuglia di vecchi musicisti inglesi guidati dal pianista Stan Tracey che avevo scovato l’anno prima in un piccolo festival inglese, fra le valli della Cumbria. E poi anche due serate di fila con il jazz gratis in piazza (Diane Schuur e Horacio El Negro), il ritorno dei Funk Off per le vie del centro e comunque tanta qualità, a partire ancora da Paolo Fresu, con la riproposta di due dischi capolavoro di Miles (Porgy and Bess e The Birth of the Cool). Cosa scegliere? Artisticamente direi il quintetto di Andrew Hill al Canneti; di pelle, sceglierei invece Piazza dei Signori davvero brulicante di gente tutte le sere, fino a notte fonda: non si era mai mai visto prima.Il 2007 fu una delle edizioni più originali: era principalmente dedicata al “sogno sudamericano” (e dunque per lo più al Brasile e ai Caraibi) ma aveva anche una sua via parallela europea dedicata al jazz tedesco. Non mancarono come sempre le invenzioni (una serata in abbinata col cinema muto, protagonista la meteora dell’Orchestra Egea per il centenario del Cinema Odeon), oltre ad alcuni punti fermi come i prologhi in collaborazione con il Guitar Festival di Soave o la serata monotematica sull’avanguardia storica (un Canneti pieno accolse l’indimenticato Amiri Baraka, William Parker e Anthony Braxton) ma ciò che resta fu lo strano miscuglio fra saudade (ovunque musica, immagini e profumi brasiliani) e malinconia tutta nostrana per gli anni dell’emigrazione vicentina e veneta. Non mancarono certo le stelle (le sere all’Olimpico col duo Bosso-Irio De Paula o con Carla Bley e Paolo Fresu, e non meno il finale in Fiera con Dee Dee Bridgewater) ma la vera invenzione di quel 2007 fu un’altra: il Teatro Astra riplasmato a jazzclub (togliemmo le poltroncine per un terzo per far posto al bancone e al rumore del tritaghiaccio) e una notte difficile da dimenticare, con l’avanguardia storica tedesca che ci riportò di colpo nella vecchia Berlino con i gruppi di Joachim Kuhn e di Alex von Schlippenbach, e addirittura di là del muro con il Zentralquartett.Il 2008 fu un anno problematico. A sparigliare le carte furono due fattori concomitanti: l’apertura del nuovo Teatro Comunale e, soprattutto, il farsi da parte (per motivi di incomprensione con la politica culturale dell’amministrazione comunale) dell’amico main sponsor Luca Trivellato. Il tutto si univa a un’attenzione generale rivolta altrove: culturalmente era l’anno del quinto centenario della nascita di Palladio e politicamente c’erano le elezioni sia governative che comunali, nell’anno del No-Dal Molin. Cosa c’entrava il jazz? E a chi importava del jazz? In sostanza dovevamo sopravvivere in attesa di tempi migliori. Non mancarono i nomi (Mike Stern, Jerry Bergonzi, Larry Coryell, il ritorno di Rava), le polemiche sul jazz/non-jazz (Giovanni Allevi – che perltro venne “a incasso” - ma anche il prologo con Noa e i concerti in piazza della Kokani e di Fanfara Tirana che portarono al festival pure gli albanesi della periferia vicentina), la serata con l’avanguardia storica (Oliver Lake, Reggie Workman e Andrew Cyrille), le performance a Palazzo Barbaran Da Porto. Però il 2008 resta l’edizione di Ariel, il bambino prodigio di Tel Aviv che suonava Giant Steps al pianoforte (e che oggi, invece, ha realizzato come la sua strada non potesse che essere nella musica classica, lontano dai precipizi improvvisativi).Il 2009 fu l’anno dei grandi ritorni: il main sponsor Luca Trivellato di nuovo pronto a investire alla grande, Luca Berton per riportare il Panic al Teatro Astra e, last but not least, Francesca Lazzari, l’assessore delle prime edizioni, ancora una volta seduta sulla poltrona in Levà degli Angeli. C’erano di nuovo uomini e mezzi e ci si poteva permettere tanti lussi, a cominciare da un week-end di apertura davvero mai così straripante: il primo venerdì con l’avanguardia spericolata di John Zorn in duo con Uri Caine all’Olimpico, il sabato con i Buena Vista Social Club gratuitamente in Piazza dei Signori e la domenica sera al Tempio di S. Lorenzo con Jan Garbarek e l’Hilliard Ensemble. E queste erano solo le punte di diamante perché il sabato era cominciata una tre-giorni tutta per Tom Harrell, artist in residence, la domenica erano tornati i Funk Off, il lunedì riprendevano i grandi nomi in prima serata (da Geri Allen agli Yellowjackets, passando per Dave Holland, la carte blanche di Stefano Bollani, e poi Terence Blanchard e la Mingus Dynasty per il trentennale di Mingus Ah Um), mentre il Panic all’Astra rinverdiva i successi di tre anni prima, in una cornice di mille altre cose, tra film, incontri, seminari, mostre (le sculture musicali di Arman) e musica diffusa ovunque. Che prendere dal mazzo? La pazzia chic di Zorn all’Olimpico o quella rock del giovane Aarset al Conservatorio? Le meditazioni nordico-medievali di Garbarek o l’ubriacante tenore di Chris Potter con Holland al Canneti? Forse, semplicemente, Piazza dei Signori di nuovo mai da nessuno prima vista così colma come per quella notte coi Buena Vista quando, a un certo punto, non si trovò più una birra (neanche calda, disse Paolo Birro, neanche pagandola il doppio).Certi di aver oramai bucato l’attenzione, certamente non solo dei vicentini, nel 2010 prendemmo una via coraggiosa, per dare il filo conduttore alla Francia: Allonsanfàn diceva il titolo, spostando il baricentro dall’America all’Europa. C’erano dunque tanti francesi: Galliano, ovviamente, ma anche Henri Texier, Geraldine Laurent, Aldo Romano, Renaud Garcia-Fons, poi Babara Casini che cantava Charles Trenet e Rita Marcotulli che (con Michel Benita) omaggiava il cinema di Truffaut. Ma c’erano anche gli Incognito in piazza, le grandi serate al Panic-Astra, pur funestate dal maltempo (dal Rolling Stones Project al finale mirabolante con Kenny Garrett sul palco ad arringare la platea festante, passando per la bella scoperta del sax di Donny McCaslin), e il duo Joshua Redman-Mehldau al Comunale, una “carta bianca” a Roberto Gatto, quindi la vera invenzione del festival 2010, ovvero Elio che faceva la parte di Pierino al Teatro Olimpico con la musica di Prokofiev in versione jazz, e infine due vecchiacci come McCoy Tyner al Comunale e l’irrefrenabile Roy Haynes all’Olimpico: dovendo sacrificarli tutti e lasciarne uno, direi proprio che non resterebbe che lui, il magnifico Roy che ancora oggi, novantenne, continua a stupire.Venne quindi il 2011 legato alla Grande Mela: le invenzioni non poche (credo degne di nota quelle con l’Orchestra del Teatro Olimpico a ricordare prima Nino Rota e poi George Gershwin ma anche Giovanni Guidi col poeta Siles De Valle), e Piazza dei Signori ancora una volta straripante, stavolta per la tromba di Roy Paci; quindi Uri Caine con il suo Mahler re-visited, poi Steve Coleman e i suoi Five, la nuova scena newyorkese al Panic spostato nel magnifico giardino dei Chiostri di S. Corona (con le nuove stelle di Akinmusire e Mahanthappa ma anche le star consolidate di Chris McBride e, a epilogo, di Joshua Redman in quartetto), infine la tromba pirotecnica di Arturo Sandoval, fra mille altre suggestioni, dall’elettronico all’acustico e dal mainstream alle vecchie avanguardie. Mi vien da dire che, però, se un solo ricordo dovesse esser scelto, la palma toccherebbe alla Rapsodia in Blu nel segno di Hiromi Uehara, a quasi novant’anni dalla prima alla Aeolian Hall, ma ancora capace di rinnovarsi come una musica non meno che attuale.Nel 2012 prendemmo la strada verso Est: seguendo la via di Marco Polo (ma anche le trasversali rotte mentali di Thelonious Monk), era un modo per mostrare quanto il jazz fosse ormai da tempo un linguaggio universale e non meno quanto fosse appropriata la motivazione con cui l’Unesco aveva proclamato il 30 aprile giornata internazionale del jazz: «il jazz è uno strumento di sviluppo e crescita del dialogo interculturale volto alla tolleranza e alla comprensione reciproca». A ricordarci che, da “India” di Coltrane” il jazz è sempre di più molto orientale, c’erano in cartellone, fra gli altri, nomi come Trilok Gurtu, la Jaipur Kawa Brass Band, il Saiyuki Trio di Nguyen Le, il progetto Samdhi di Rudresh Mahanthappa. Ma c’era ovviamente anche molto altro: da Uri Caine impegnato su Beethoven a Fabrizio Bosso su Nino Rota; da Ron Carter a Roswell Rudd e Oliver Lake; e poi l’omaggio a Robert Wyatt di Annie Whitehead con Sarah Jane Morris, le incursioni rock di Dominic  Miller al JCT (e quelle ancor meno ortodosse di Elio in piazza), sino alla serata finale con dedica speciale a Monk, prima col sestetto di Franco D’Andrea e infine con 3 Monkish Pianos a incrociarsi davanti alle scene del Palladio, ovvero Kenny Barron, Dado Moroni e il compianto Mulgrew Miller. Cosa scegliere? Tutt’altro, direi, cioè la vera sorpresa del festival: il trio di Ernst Reijseger, Harmen Fraanje e Mola Sylla, inusitato, bellissimo incontro fra un violoncello-chitarra, un pianoforte dal candore pop e una voce ancestrale che sembrava venire da prima di Tutankhamon. Valeva la pena, in qualche modo, di risentirli e infatti l’anno dopo li abbiamo nuovamente invitati.In realtà, nel 2013 ci si spostava da Est a Ovest, anzi, come recitava il sottotitolo del festival “Nel fuoco dei Mari dell’Ovest”. C’erano profumi latini (Al Di Meola & Gonzalo Rubalcaba), echi dalla West Coast della Los Angeles degli anni ’50 (con un apposito progetto di Enrico Rava) e rimandi ai suoni del flamenco di Aranjuez filtrato dalle coste del Messico. Ma Vicenza Jazz 2013 viveva anche di Henry Threadgill e di Miroslav Vitous, del nuovo quartetto di Gary Burton, dei viaggi fra classica e jazz di Enrico Pieranunzi, dei Three di Dave Liebman e delle avanguardie vecchie e nuove tra Pharoah Sanders, il duo Guidi-Petrella, dei nuovilinguaggi al JCT fra Jim Black, Rusconi e Balanescu, nella nuova scena del Borsa sotto la Basilica, sino alle fusioni di Mike Stern. Ma il 2013 restava l’anno di Piazza dei Signori al suono degli “Earth Wind & Fire” e, soprattutto, della folgorante idee del jazz al Cimitero Maggiore, allo scoccar della mezzanotte di un venerdì 13: una notte davvero indimenticabile, per merito ancora una volta di Reijseger, Fraanje e dei Tenores di Orosei e della loro personalissima Face of God.E siamo al 2014, al visionary jazz dell’Arka di Sun Ra. Questo sì, davvero, l’anno delle nuove e vecchie avanguardie, amate dal nuovo assessore-vicesindaco, che avevamo conosciuto tanti anni prima, come cronista del jazz after-hours. La sorpresa più bella è stata l’accoglienza generale del nostro pubblico, pronto a confrontarsi con una musica tutt’altro che da salotto, come quella di Napoleon Maddox & Hamid Drake, del quartetto di Michael Formanek con Craig Taborn, Gerald Cleaver e Tim Berne, di Taylor Ho Bynum, Wayne Horvitz, Rob Mazurek e il vecchio Marshall Allen a capo dell’Arka piena di argonauti da Saturno. Certamente c’era anche la non-avanguardia, e con nomi celebrati (da Chick Corea a Ravi Coltrane e Kenny Garrett), ma il colpo dell’anno, quello che rimarrà nella memoria di chi c’era, è tutto nella serata della pazzia in museo, quando, davanti alle statue degli accademici del ‘500, si son dati  favolosamente battaglia la fisarmonica di Antonello Salis, il pianoforte di Uri Caine, le percussioni di Han Bennink e le parole di Jack Hirschman. Chi c’era non dimenticherà. Chi non c’era è oggi già pronto per una nuova avvantura, alle soglie di Vicenza Jazz 2015. Perché, poi, non vi possono essere dubbi: l’accadimento memorabile deve sempre ancora venire. E questa è l’unica certezza per cui io stesso riesco a non stancarmi e guardare alla prossima edizione. Credo che sia così per me ma anche per tutto il nostro piccolo mondo (tutt’altro che antico) di Vicenza Jazz».

...Chi non c'era era già pronto per il 2015, l’anno del ventennale, quello del manifesto con il marchio del 20th Century. Il 2015 è stato un anno di festa, l’anno dei vent’anni, con tanti grandi artisti che tornavano in città per ripercorrere la storia del nostro festival e altri di nuovi che venivano a farne conoscenza. Era una parata di stelle: dalla serata in Piazza dei Signori con Tony Allen e Daddy G. ai Soft Machine con Keith Tippett, da Arturo Sandoval a Gregory Porter, da Maria Schneider e Fabrizio Bosso a Jan Garbarek e Trilok Gurtu, da Anthony Braxton a Jan Lundgren, Richard Galliano e Paolo Fresu (senza contare i tanti altri italiani, dal primo weekend con Pietro Tonolo  e con Gegé Telesforo, all’ultima notte con la Lydian e con i Funk Off e Karima). Forse mai come in questa edizione abbiamo accontentato i gusti più disparati. Era una festa e dopo l’ubriacatura doveva esserci un’edizione di ripensamenti. Così nel 2016 siamo ripartiti dalla Libertà, sì, quella con la elle maiuscola, quella che con il Jazz fa da sempre un tutt’uno e dopo Joe Lovano all’Olimpico eravamo già in Piazza con Daniele Sepe e Stefano Bollani, per una notte davvero calda e piena di passioni. Ma quali altri erano i nomi fra cui scegliere? Infiniti: Franco Ambrosetti e Dado Moroni, Francesco Bearzatti  e il suo Tinissima, Amir Elsaffar con gli Hyper, il trio di David Murray, Geri Allen e Terri Lyne Carrington, Alessandro Lanzoni con Ben Wendel, Ralph Towner con Paolo Fresu, Dave Liebman uno e trino, Billy Hart con Ethan Iverson e Mark Turner, Giancarlo Schiaffini e i Phantabrass, Brad Mehldau e il suo magico trio, Daniele Di Bonaventura e Giovanni Guidi, le trombe nuove e meno nuove di Dino Rubino, Alessandro Presti ed Enrico Rava, prima di chiudere col Pueblo di Frederic Rzewski. De gustibus, si diceva una volta e per i miei personalissimi gusti tirerei fuori dal mazzo l’immortale Billy Hart, e poi Schiaffini col suo progetto multimediale sulla Grande Guerra, ma senza dimenticare Frederic Rzewski e, uber alles, la magia del pianoforte e del trio di Brad.

Fermo restando che poi non ci possono essere dubbi: l’accadimento memorabile deve sempre ancora venire. E questa è l’unica certezza per cui io stesso riesco a non stancarmi e guardare alla prossima edizione. Credo che sia così per me ma anche per tutto il nostro piccolo mondo (tutt’altro che antico) di Vicenza Jazz.